“COME MAI MANGIAMO ANCHE SE NON ABBIAMO FAME?”
di Valeria Florio, Psicologa Psicoterapeuta Centro Apice
E’ una domanda che, almeno una volta nella vita, ci siamo posti tutti quanti: come mai vado alla ricerca di cibo anche se ho appena cenato? Perché mi ritrovo a prendere un cioccolatino anche se non ho fame? Cosa mi spinge ad accettare la fetta di torta di compleanno che mi viene offerta anche se sto scoppiando?
In questo articolo cercherò di illustrare quali sono i meccanismi sottostanti a tali comportamenti, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza personale e cercare, di riconoscere qual è la vera spinta che ci porta a mangiare, e quali bisogni va a soddisfare il cibo in quel momento.
Innanzitutto, può essere utile fare una distinzione tra gli stimoli che ci portano a mangiare, e che possono essere:
Stimoli fisiologici (fame)
Stimoli ambientali (odore, vista, disponibilità del cibo)
Stimoli sociali (persone o situazioni)
Stimoli emotivi (rabbia, tristezza, ansia, noia, piacere)
E’ fondamentale riconoscere quali stimoli ci portano a mangiare in modo improduttivo in modo da modificare l’esposizione a essi o il tipo di risposta.
Ma che cos’è esattamente la fame? Si tratta di una sensazione, che tutti sperimentiamo regolarmente, di vuoto allo stomaco, brontolii, malessere, sonnolenza, mancanza di energie, abbattimento. Il bisogno di mangiare è rivolto a qualsiasi cibo in modo indiscriminato: infatti la fame segnala il bisogno di introdurre calorie nel nostro corpo ed è utile al nostro istinto di sopravvivenza.
Spesso avrete sentito parlare della cosiddetta fame nervosa, anche detta fame emotiva. In questo caso si tratta di un intenso impulso a mangiare come risposta a delle emozioni e non a un bisogno fisico di sopravvivenza. Questo significa che sarò portata a mangiare anche se il mio organismo non necessita calorie, ma semplicemente perché mi sento ansiosa, stressata, annoiata, arrabbiata…
Il primo passaggio fondamentale è dunque quello di distinguere tra fame fisiologica e fame emotiva. Chiariamo quindi quali sono i parametri da considerare per riuscire a capire quando la nostra ricerca di cibo è legata a uno stimolo fisiologico che è necessario soddisfare, e quando invece si tratta solo di fame emotiva e quindi dovremmo desistere e cercare di affrontare invece il disagio che si cela dietro alla ricerca di cibo.
La fame fisiologica, che risponde a un bisogno vitale di nutrimento, si caratterizza perché cresce lentamente e gradualmente; è accompagnata da segnali come crampi allo stomaco e debolezza e, quando è molto forte, è rivolta a qualsiasi cibo in modo indiscriminato. Dopo averla soddisfatta ci si sente appagati e non si pensa per un po’ al cibo.
La fame emotiva, invece, si presenta anche se abbiamo appena mangiato e siamo sazi, compare in modo intenso e richiede di essere gratificata nell’immediato; non è accompagnata dai segnali fisiologici tipici della fame ed è rivolta a dei cibi specifici. Ci possiamo accorgere se abbiamo mangiato per fame emotiva anche in seguito, poiché non proveremo un senso di soddisfazione, bensì tensione e una continua bramosia verso i cibi, accompagnata talvolta anche da senso di colpa.
Riuscire a effettuare questa distinzione ci servirà non per giudicarci, ma per aumentare la propria consapevolezza e, quindi riconoscere cosa ci sta spingendo a mangiare. E’ importante anche riuscire ad accettare che si sta cercando un determinato cibo perché ci si sente soli o tristi, senza condannarci. L’accettazione è un passaggio fondamentale per riuscire a gestire poi i propri vissuti in modo più funzionale. Talvolta potrebbero invece partire dei pensieri giudicanti nei confronti di noi stessi, come ad esempio: “non ci riuscirò mai”; “sono sempre il solito”… Questi pensieri non ci aiutano a risolvere il problema, ma, anzi, contribuiscono a crearlo, poiché, sentendoci degli incapaci, non riusciremo a sviluppare le nostre risorse e a stimolare un approccio più positivo alla vita. Al contrario, ci abbatteremo ancora di più, e lo stato di scoraggiamento ci porterà, probabilmente, a cercare consolazione nel cibo, dato che è una modalità di reagire alla frustrazione che conosciamo bene, sentendoci infine sempre più avviliti.
La presa di consapevolezza delle emozioni che ci spingono a mangiare dovrebbe invece essere il primo passaggio utile per conoscerci meglio, per cogliere quali sono i vissuti con i quali ci sentiamo più a disagio, e cercare infine di “fare amicizia”, gradualmente, con tali emozioni. Ognuno di noi infatti sarà più sensibile a determinate emozioni, e così ci potremmo identificare in un mangiatore triste, arrabbiato, solo, impaurito, o probabilmente, un mix di tutti questi. Si può presentare anche una situazione differente, in cui, in balìa delle emozioni, si diventa un “non mangiatore”, per cui l’astensione dal cibo prende il sopravvento anche laddove invece sarebbe necessario mangiare poiché l’organismo lo richiede.
E’ fondamentale, quindi, non giudicarsi, bensì attivare un processo di maggiore autoconsapevolezza in modo da essere più presenti a noi stessi, far accendere una spia quando cogliamo che a guidarci verso il frigo è l’ansia o la rabbia piuttosto che un reale bisogno di mangiare. Successivamente sarà utile trovare nuove strategie per gestire tali emozioni difficili, così come esternarle o iniziare a dedicarsi maggiormente a qualcosa che ci piace, cioè a delle attività che, in modo diverso e più sano, ci nutrono.
Per alleviare la tensione generata da emozioni non gestite si possono contrastare i pensieri disfunzionali e trovare strategie alternative e più costruttive per il nostro benessere!
Talvolta può essere utile un percorso terapeutico per affrontare dei vissuti che non ci fanno vivere serenamente, o anche per ritrovare la motivazione e ricercare un sostegno nel portare avanti un regime alimentare più sano. Lo psicologo/psicoterapeuta, insieme al nutrizionista, possono aiutarti ad affrontare queste difficoltà e a ritrovare un equilibrio psicofisico.
Bibliografia:
Beck J. S. (2008) Dimagrire con il metodo Beck: impara a pensare da magro, Erickson, Gardolo;
Garner D. M. e Dalle Grave R. (2008), Terapia cognitivo comportamentale dei disturbi dell’alimentazione, Positive Press, Verona;
Gockel R. (1991) Donne che mangiano troppo, Feltrinelli, Milano;
Rolla E. e Bossolasco M.V. (2006), Perdo peso: un programma educativo cognitivo-comportamentale, Gribaudi, Milano.
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